Il Campanile - anno IV - numero 1
Partono i bastimenti ...
agosto 1996
Così iniziava una antica canzone molto cara agli emigranti di tempi ormai remoti. Partivano come molti altri calabresi, molisani, abruzzesi, campani, lucani, sardi anche gli stefanaconesi, costretti dalla miseria, da guadagni insufficienti, da carestie, da debiti, da terremoti. Col coraggio che viene dalla disperazione andavano incontro all’ignoto in Brasile, in Argentina, Stati Uniti d’America, Canada e, in periodi più recenti in Australia e Inghilterra.
Abbandonavano giovani mogli, figli bisognosi d’affetto, luoghi cari, chiese dove sulle ginocchia delle madri avevano imparato a recitare le prime preghiere con lo sguardo rivolto a immagini sacre che, in maniera indelebile, si imprimevano nella memoria. Quasi tutti, nel “nuovo mondo”, lavoravano sodo, risparmiando al massimo per potere presto per poter presto rientrare in patria con un bel gruzzoletto e comprare terre e case, e avere la possibilità di fare studiare i figli, anche, però, per preparare una dimora accogliente e farsi raggiungere dai familiari in quello che veniva reputato un secondo paradiso terrestre. Non mancava qualcuno che, per debolezza o per egoismo, dimenticava moglie e prole e si cercava una nuova compagna, magari con l’aiuto di compaesani. I guadagni più lauti si ottenevano negli Stati Uniti d’America, generalmente noti come “Novajorka”.
Allorquando si stendevano i “Capitoli” per stabilire in maniera chiara la dote di due fidanzati, veniva messo in risalto per l’uomo che lo possedeva il cosiddetto “Diritto d’America”. Per regolarizzare la loro posizione enormi difficoltà dovettero affrontare i pochi (per fortuna) stefanaconesi emigrati clandestinamente. Tra il 1901 e il 1913 ben 3.374.000 meridionali raggiunsero l’America; da Stefanaconi, secondo le stime del professore Joseph Lopreato ne partirono 500.
E’ datato “Monteleone, 19 aprile 1911” il passaporto per l’estero, di venti pagine, in nostro possesso rilasciato “In nome di sua maestà Vittorio Emanuele III per grazia di Dio e per volontà della nazione Re d’Italia” ad uno stefanaconese nato il 7 gennaio 1886, di anni venticinque, alto metri 1,66 col “naso aquilino”, la barba rasa e i “baffi piccoli”. La città da raggiungere era “Nevy Iorch”.
Nella facciata interna della prima foderina, sotto la dicitura “Avvertenze agli emigranti”, vi è testualmente scritto: “Si avvertono i nazionali che per fruire della tutela e dei favori previsti dalla legge sull’emigrazione essi, volendo recarsi in America, devono prendere imbarco su un piroscafo di vettore di emigranti, con biglietto rilasciato in Italia da uffici autorizzati. Occorre che gli emigranti rifiutino ogni proposta di Agenzie di emigrazione stabilite fuori d’Italia tendente ad attirarli ad imbarcarsi in porti stranieri perché accettando andrebbero incontro a gravi inconvenienti”.
L’emigrazione per l’Italia “male necessario”, anche se costava “lacrime e sangue” è il tema del libro “Sull’Oceano”, e del racconto “Dagli Appennini alle Ande”, scritti da Edmondo De Amicis, per mettere in evidenza lo strazio dei poveri emigranti che abbandonavano l’Italia per l’America. Marco, il protagonista del racconto, appena tredicenne, si imbarca per l’America, in cerca di sua madre che “era andata due anni prima a Buenos Aires, città capitale della Repubblica Argentina, per mettersi al servizio di qualche casa ricca, e guadagnare così in poco tempo tanto da rialzare la famiglia, la quale, per effetto di tante disgrazie, era caduta nella povertà e nei debiti. - Aveva pianto lacrime di sangue al separarsi dai suoi figliuoli, l' uno di diciotto anni e 1' altro di undici; ma era partita con coraggio e piena di speranza ..."
Pur non appartenendo ad un poeta famoso, ci sembrano molto significativi i versi in vernacolo che trascriviamo, estraendoli dal volume "Nostalgie" di Domenico Carmine Caruso:
“Cu di la terra sua jeni luntanu,
si senti sempi mali ed assulatu;
havi ntro cori nu doluri stranu,
comu si fussi davveru malatu;
Jè lu randi dispiaciri chi provau,
c' a casa, parenti e amici iju dassau
A l'America arrivau giuvanotteju,
ed ora è randi cu 'na posizioni,
ma non si potti scordari `u pajseju,
chi sempi amau cu tanta divuzioni.
Ntra America trovau tanta ricchizza.
ma ntro cori nc'è ancora l' amarizza.
L' emigranti je comu n'orfaneju,
nu zzingaru ncerca di fortuna,
n' esiliatu forzatu, si non peju,
chi a lu scunfortu sempi s' abbanduna;
l' America jè fatta pò turista,
e no pè l' emigranti chi s'attrista.”
LA CANZONE
DELL'EMIGRANTE
Ohi chi partenza dolurusa e amara
cianginu puru i petri di la via
cianginu l'occhij mei fannu funtana
cianginu ca si spartinu di tia.
`Merica arza di focu,
comu di focu fai ajumari a mia
jio parto e dassu sto felici loco
ma lu meu cori resta `nzemi a 'ttia.
La navi 'nta lu portu si prepara
spetta la mia partenza ora pe' ora
cu li lacrimi toi la navi vola
cu li sospiri mei si ferma l’ura.
Jio parto riò però sta vita mia
si stacca e sindi vaci alla strania
o mamma, benedicimi li panni
ca staju partendo di li toi comandi.
Parto ca su costretto di partiri
ca no la pozzo cchjù sta vita fari
lu chjanti, di la menti e li sospiri
non mi fanno di tea licenziari.